Il Made in Italy senza agrofarmaci

25 Novembre 2021
Il Made in Italy senza agrofarmaci

Quali sarebbero le conseguenze, produttive ed economiche, della completa eliminazione degli agrofarmaci? Le stima uno studio su 18 filiere di Vsafe, spin-off dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, promosso da Agrofarma – Federchimica, con risultati che fanno molto riflettere.

 

Gli agricoltori italiani si interrogano sulla necessità di fronteggiare le difficoltà nel processo produttivo e sulle richieste di un mercato influenzato da una molteplicità di fonti, il più delle volte prive di un’adeguata validazione scientifica. Consumatori, opinione pubblica e policy makers spesso spingono gli agrofarmaci dalla parte dei ‘cattivi’.


Ma cosa accadrebbe se facessimo a meno di un impiego razionale e attento di idonei strumenti di difesa delle colture?

Agrofarma, l’Associazione nazionale imprese agrofarmaci che parte di Federchimica, ha promosso uno studio che indaga questo scenario e fornisce una valutazione del contributo degli agrofarmaci alla difesa delle produzioni di diciotto tra le principali colture agricole italiane, sia in termini strettamente produttivi che economici, compresi gli impatti indiretti sulle filiere ad esse connesse.

 

Il trend di impiego degli agrofarmaci in Italia

Per garantire una produzione rispettosa degli standard qualitativi imposti in regime di agricoltura integrata o biologica, soddisfare quantitativamente la domanda e mantenere prezzi accessibili, l’impiego di strumenti di difesa delle colture è imprescindibile. Negli ultimi anni, peraltro, il numero di molecole autorizzate a questo scopo è stato profondamente ridimensionato dall’Unione europea, che le ha ridotte di circa due terzi, dopo approfondite analisi volte ad assicurare non solo il rispetto dei più elevati standard di sicurezza sanitaria, ma anche quelli di impatto ambientale.

Osservando l’evoluzione della distribuzione di agrofarmaci in Italia nel lungo periodo, lo studio di Vsafe (Value Sustainable Agri-Food and Environment), spin-off dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, evidenzia come il trend sia in significativa riduzione con una media annua di – 1,8% delle quantità distribuite tra il 2004 e il 2019. Ma ciò che più conta è la diminuzione dei principi attivi in essi contenuti, con riferimento a tutte le componenti.

Secondo dati Istat, nel 2019 la quantità complessiva di principi attivi contenuti nei formulati distribuiti è stata di circa 48,6 migliaia di tonnellate, in flessione del 10,3% rispetto al 2018 e con un tasso medio annuo composto in diminuzione del -3,6% tra il 2004 e il 2019. A influenzare questa tendenza concorrono soprattutto i fungicidi, che costituiscono il 49,6% dei principi attivi utilizzati nel 2019, e gli insetticidi. Al contempo tra il 2004 e il 2019 sono andati aumentando i principi attivi dei prodotti fitosanitari ‘biologici’, passati da circa 80 a 570 tonnellate, con un tasso di variazione medio annuo pari a +13,7%.

La lettura combinata dei dati sull’impiego di agrofarmaci e dei soli principi attivi si spiega se si considera come nel tempo sia andato diminuendo, in genere, il contenuto di principio attivo nei diversi formulati. Nel caso dei fungicidi, ad esempio, si è passati dal 65,5% nel 2004 al 48,8% nel 2019. Ancor più marcato è il caso degli insetticidi, per i quali si evidenzia una riduzione dal 39,3% del 2004 al 18,2% del 2019.

Anche con riferimento all’agricoltura biologica, le statistiche Istat mostrano una flessione complessiva dell’utilizzo dei prodotti chimici ammessi. Il 76,4% dei principi attivi utilizzati in agricoltura biologica, in termini di peso, è composto da fungicidi inorganici: lo zolfo è la molecola più utilizzata, seguita dal rame. Il primo presenta una contrazione media annua del -6,7%, mentre per il rame è pari al -6,6%. Seguono il trend anche gli insetticidi a -5,1% e gli oli a -5,0%, il prodotto più rappresentativo di questa famiglia di fitofarmaci in termini di peso (95%).

Oltre all’impiego complessivo di principi attivi, un altro dato molto interessante è quello relativo alla quantità di principi attivi distribuiti per ettaro di superficie trattabile, che registra un trend generalmente negativo.

Tutti i prodotti fitosanitari sono soggetti ad uno stringente e rigoroso processo registrativo che consente la presenza sul mercato di prodotti sicuri, sia dal punto di vista della salute umana, sia da quello della tutela ambientale. Ciò premesso, i dati Istat ci dicono anche che la pericolosità intrinseca degli agrofarmaci è in costante miglioramento. Sul fronte del grado di nocività degli agrofarmaci, infatti, la classificazione adottata dall’Istat identifica tre grandi categorie: “molto tossico e tossico”, “nocivo”, e “non classificabile”; quest’ultima categoria raccoglie i prodotti a minore impatto sulla salute e sull’ambiente (tali categorie non trovano più un’immediata corrispondenza con il quadro normativo specifico, ma rendono comunque evidente il concetto).

Rispetto al 2004, i dati del 2019 mostrano come sia calato, nel tempo, il quantitativo utilizzato di agrofarmaci classificati come “molto tossici e tossici” (tasso medio annuo composto di variazione pari a -2,8%), mentre per i prodotti “nocivi” si registra un modesto aumento (+2,0%). Questo risultato è anche legato alla diminuzione della quota di principio attivo nei formulati, con l’eccezione degli erbicidi e dei prodotti destinati alla lotta biologica. Il tasso di variazione composto medio annuo tra il 2004 e il 2019 del quantitativo di principi attivi distribuiti è pari a -3,6% con riferimento al totale degli agrofarmaci, -5,1% per i soli fungicidi.

Nel complesso, quindi, si ha uno spostamento dai prodotti più tossici a quelli meno tossici. Secondo Ispra “la diminuzione dei prodotti più pericolosi sembrerebbe evidenziare un loro più cauto impiego in agricoltura. Questo andamento è favorito dagli orientamenti della politica agricola comunitaria e nazionale e dagli incentivi economici concessi in ambito comunitario ai fini dell’adozione di tecniche agricole a basso impatto e della valorizzazione delle produzioni agricole e di qualità (Ispra, 2018).

 

I prodotti agro-alimentari italiani sempre più sicuri

I risultati delle indagini sui residui di agrofarmaci in prodotti agricoli e alimentari destinati alla vendita sul mercato italiano e comunitario mostrano un miglioramento complessivo e progressivo in termini di campioni irregolari segnalati, rispetto ai risultati degli anni precedenti. Un dato ugualmente rilevante, inoltre, è quello del numero di campioni oggetto di analisi; l’Italia, infatti, risulta di gran lunga il Paese che ha effettuato più controlli con oltre 12.500 campioni analizzati, contro i 9.013 della Germania, gli 8.267 della Spagna, i 4.746 della Francia e via scendendo fino ai 1.663 del Regno Unito, solo per citarne alcuni.

Nel complesso emerge quindi una chiara conferma della grande attenzione che il nostro Paese pone al tema del controllo dei residui nei prodotti alimentari, unito ad un elevatissimo livello di sicurezza raggiunto dalle nostre filiere produttive e di controllo.

 

La razionalizzazione in atto nell’impiego di agrofarmaci

L’evoluzione scientifica e tecnologica continua a svolgere un ruolo fondamentale al fine di ridurre le quantità di agrofarmaci distribuite in agricoltura. In particolare, ciò avviene attraverso lo sviluppo di molecole sempre più specifiche per l’agente di danno a cui sono indirizzate e meno impattanti sull’ecosistema. Ma anche mediante lo sviluppo di sistemi di allerta o previsionali sulla presenza e la diffusione degli stessi patogeni, nonché sulle soglie di danno economico, al fine di limitare e razionalizzare gli interventi in campo. Le nuove molecole da un lato e le migliori tecniche di lotta dall’altro, consentono un uso sempre più mirato degli agrofarmaci e generano indubbie ricadute positive sia a livello produttivo ed economico che sull’intero ecosistema rurale.

Negli ultimi anni, inoltre, sulla spinta dell’evoluzione delle normative europee, continuano a migliorare anche le tecniche di distribuzione degli agrofarmaci, sempre più efficienti ed efficaci da un lato e sempre meno impattanti sulla sicurezza degli operatori e sulla qualità dell’ambiente dall’altro.

Infine, come già accennato, la politica agricola e le specifiche normative per il settore hanno generato una forte spinta verso tecniche di coltivazione che facciano un uso sempre più oculato e responsabile degli agrofarmaci, come la Direttiva 2009/128/CE, che stabilisce il quadro per un uso sostenibile degli agrofarmaci e l’applicazione delle norme per l’agricoltura integrata (i principi generali della difesa integrata sono elencati nell’Allegato III della Direttiva). Anche la recente profonda revisione delle molecole ammesse per uso in agricoltura, con i numerosi tagli effettuati, ha spinto verso una sempre maggiore consapevolezza nell’impiego di agrofarmaci.

 

Lo studio sulle principali 18 filiere agro-alimentari italiane

‘Il contributo degli agrofarmaci nell’agroalimentare italiano: uno studio su 18 filiere’ di VSafe ha preso in considerazione i prodotti più rilevanti a livello nazionale in termini di peso economico sull’intero comparto o del loro contributo al cosiddetto ‘Made in Italy’, tenendo conto anche dell’ampiezza della zona geografica produttiva, oltre al valore generato, sia a livello agricolo che industriale e dei flussi di import/export.

L’analisi ha riguardato mele, uva da tavola, pomodoro da industria, olive da olio, uva da vino, mais, grano tenero, grano duro, riso, insalate di IV gamma, arance, pere, nocciole, soia, pesche, carote, meloni e pomodori da mensa.

Su queste filiere sono state stimate le conseguenze economiche e di approvvigionamento a cui porterebbe la cessazione repentina dell’utilizzo di tutti gli agrofarmaci, sia di origine naturale che di sintesi, comprese quindi le sostanze comunemente utilizzate in regime di produzione biologica, come zolfo e rame, piretro, Spinosad e Bacillus thuringiensis.

Secondo lo studio, la riduzione delle rese che si otterrebbe mediamente per le singole colture agricole analizzate andrebbe da un minimo di -57% sul grano tenero, fino a casi drammatici come il pomodoro da mensa (-88%), il mais (-87%), le pere (-86%), il riso (-84%) e il pomodoro da industria (-81%). Applicando queste stime al valore della produzione agricola per le 18 filiere considerate si passerebbe da 15,1 a soli 4,4 miliardi di euro, con un crollo complessivo pari quasi al 71%.

A ciò si aggiungerebbe la perdita di fatturato dell’industria alimentare e la riduzione delle esportazioni per un impatto totale che ammonterebbe a 51,2 miliardi di euro circa: il 21% a livello agricolo, il 40% a livello di industria della trasformazione alimentare, un altro 39% in termini di effetti sugli scambi commerciali.

Questo ultimo dato sarebbe determinato dall’aumento delle importazioni necessario per supplire alla mancanza di materie prima di origine nazionale e dal crollo delle esportazioni di importanti prodotti del nostro ‘Made in Italy’. Solo considerando queste diciotto filiere la bilancia commerciale perderebbe oltre 20 miliardi di euro per via di maggiori importazioni (9,33 miliardi di euro) e minori esportazioni (10,86 miliardi di euro).

Senza contare la conseguente perdita di reputazione nei nostri prodotti sui principali mercati esteri, cosa che influenzerebbe anche il settore turistico, solo per fare un esempio. Infine, è evidente che questo scenario avrebbe effetti devastanti anche su tutto il resto delle filiere analizzate, dalle attività poste a monte a quelle che vedono coinvolti settori connessi con le filiere agro-alimentari, quali la distribuzione e la logistica.

 

Cosa accadrebbe al Made in Italy senza agrofarmaci

‘Il contributo degli agrofarmaci nell’agroalimentare italiano: uno studio su 18 filiere’ di Vsafe dimostra come nello scenario ipotetico dell’eliminazione di agrofarmaci si creerebbero inevitabilmente condizioni che porterebbero alla riduzione dei redditi per gli agricoltori, e in generale ad un impatto negativo sulle filiere coinvolte, sull’economia locale e su quella nazionale. In molti contesti territoriali, infine, una insufficiente redditività comporterebbe un ulteriore abbandono di terreni meno produttivi, con impatti negativi anche dal punto di vista ambientale.

La riduzione dell’offerta di prodotti nazionali e quindi l’innalzamento dei prezzi al consumo significherebbe una crescente inaccessibilità del cibo ad un numero elevato di consumatori. O in alternativa, la sostituzione per i consumatori italiani dei prodotti nazionali con prodotti esteri, per i quali l’impiego di agrofarmaci sarebbe più difficile da controllare poiché i disciplinari di produzione sono diversi da Paese a Paese. Per gli alimenti di provenienza extracomunitaria, inoltre, potrebbero essere utilizzati prodotti fitosanitari non più ammessi in Europa, con un contestuale aumento dell’impatto ambientale che tali tecnologie potrebbero determinare nei Paesi di origine dei prodotti di importazione.

A ben vedere, quindi, si può facilmente concludere che il bilancio complessivo in termini di sostenibilità derivato dall’eliminazione completa degli agrofarmaci dall’attività produttiva, se svolto con uno sguardo globale, potrebbe essere decisamente negativo.

 

 

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